N° 16

 

LA STRATEGIA DEL TERRORE

 

(PARTE TERZA)

 

 

INDOCINA

 

Di Carlo Monni

 

 

Non sono un imbroglione, non sono un imbroglione.

 

Richard Milhaus Nixon

 

 

PROLOGO

 

 

v      Indocina terra di guerre e di traversie. Qui si è svolta l’ultima vera guerra coloniale, qui gli Stati Uniti d’America persero quel che restava della loro innocenza. L’indipendenza e l’unificazione del Vietnam furono forgiate nel fuoco e nell’odio; la Cambogia attraversò la più tremenda crisi della sua storia sotto il dominio di un regime che praticava il genocidio politico; il Laos fu devastato da conflitti che lo interessavano solo marginalmente..

 

v      Questo era il passato, oggi le cose sembrano cambiate, ma chi può mai sapere quale fuoco cova sotto le ceneri? Sarà davvero possibile superare antiche diffidenze e costruire qualcosa di positivo fra antichi nemici?

 

 

1.

 

 

            Hanoi, Capitale della Repubblica Popolare del Vietnam. Jeff Mace guarda fuori dalla finestra della sua camera d’albergo e riflette brevemente sulle contraddizioni di un luogo che offre ai turisti comodità spesso negate ai comuni cittadini. Secondo le informazioni dello S.H.I.E.L.D. il prossimo attentato di Gael potrebbe verificarsi proprio qui, come facciano ad avere certe sicurezze rimane un mistero. Il giovane continua a chiedersi perché Nick Fury ha scelto proprio lui per questa missione, dopotutto, Capitan America non passa certo inosservato e qui è utile la discrezione, a meno che… Il filo dei pensieri di Jeff è interrotto dal rumore di bussare alla porta.

-Sono Betty.- dice una voce aldilà della soglia.

            Betty Brant Leeds, la giornalista del Daily Bugle, una bella ragazza, pur non essendo una bomba sexy come la sua usuale partner lavorativa, Joy Mercado. A proposito di Joy, non ha avuto più modo di parlarle molto spesso, dopo che è scoppiata quella grana dell’articolo su Devil, chissà come se la sta passando? Durante quella crisi infernale[1] era stata molto esplicita con lui, ma non c’era più stata occasione di tornare sull’argomento. Dovrebbero riparlarne o no? Certo, è più anziana di lui (ed anche Betty, se è per questo), ma non dovrebbe essere un problema, no? Questi pensieri gli attraversano la mente, mentre apre la porta a Betty, ha una breve conversazione con lei e la segue in sala da pranzo. Il problema di Gael lo affronterà in un altro momento.

 

            Se non credete alle coincidenze, allora non penserete mai che è solo un caso se in un’altra stanza dello stesso albergo, si trova sotto falso nome l’uomo chiamato “Paddy” O’Hanlon, meglio noto come Gael, assassino professionista, un tempo in forza all’I.R.A. ed ora in vendita al miglior offerente sulla piazza terroristica internazionale, braccato dalle forze di polizia di tutto il mondo e dai suoi stessi compagni di un tempo. Un cane sciolto, che uccide non solo per denaro, ma per piacere e che ha fatto dell’assassinio un’arte. Non credete alle coincidenze? Se preferite, pensate pure che i due avversari siano scesi allo stesso albergo perché manovrati da un’oscura regia, ma, chissà, forse è davvero il caso a governare le vite di noi inconsapevoli attori del dramma, a volte commedia, talvolta farsa, chiamato vita.

 

            Gael si considera un artista. In tanti anni è diventato esperto in molti modi di uccidere, è un killer creativo ed il sistema che ha ideato stavolta sarà a prova di supereroe, anche se non sarebbe male la presenza di Capitan America, darebbe un po’ di pepe al tutto. Riesamina ancora una volta la sua dotazione. Tutto sembra a posto e dovrebbe funzionare alla perfezione. Sorride soddisfatto, poi suona per il servizio in camera.

 

            Sam Wilson si accorge di stare per addormentarsi sulle sue carte e decide che è ora di chiudere l’ufficio e di lasciare i problemi di lavoro per l’indomani. Magari ne fosse davvero capace, forse, pensa, ha preso da suo padre più di quanto sia mai stato disposto ad ammettere. Non è poi una cattiva cosa, in fondo, no? A ripensarci, lui conosce un buon modo per schiarirsi la testa e rilassarsi un po’, continuando la sua missione in altro modo. Bastano pochi minuti, ed ecco Falcon volare sopra i tetti di Harlem, una sensazione come poche, pensa, se solo potesse godersela, invece di pensare alle brutture che questo mondo offre anche troppo spesso. Un momento, là su quel tetto… gli sembra di conoscere, quel ragazzo che si sta agitando. Ma certo, è Roscoe Brand, quello che era stato preso nella retata in una crackhouse, qualche giorno fa. Aveva cercato di seguirlo, subito dopo il rilascio, ma non aveva concluso niente ed ora… sembra star male. Falcon atterra sul tetto e si avvicina al ragazzo.

-Ehi Roscoe… che succede?- chiede.

            Il ragazzo si volge a guardarlo, il suo volto è trasfigurato: gli occhi sono sbarrati, la bava gli cola dagli angoli della bocca e, prima che Falcon possa reagire, gli salta addosso, afferrandolo ala gola.

-Roscoe! Cosa…?- ha appena il tempo di esclamare il supereroe, prima che delle dita insolitamente forti gli si stringano al collo.

            Drogato, pensa Falcon, ma non una droga qualunque, dev’essere… dev’essere…

            La mente si annebbia.

 

 

2.

 

 

            Jeff Mace può, forse, permettersi un po’ di relax, ma per Capitan America le cose sono diverse. Lui e Betty Brant hanno appena terminato di pranzare, che il suo cellulare squilla. Un rapido colloquio, fatto, perlopiù di monosillabi, poi Jeff si rivolge a Betty:

-Mi spiace, ma devo andare, ho… uhm… ricevuto una telefonata da un… amico.-

            Non le da neanche il tempo di replicare e sparisce fuori dall’atrio dell’Hotel. Betty non è molto convinta della sua scusa. Un amico a Hanoi, dove, per quanto ne sa, il giovanotto non ha mai messo piede prima? Molto difficile da credere. E se Mace avesse messo gli occhi su qualcosa di scottante, non sarebbe stato il caso che anche il Bugle facesse la sua parte? Dopotutto, non lavorano per la stessa scuderia?  Quando, però, Betty esce dall’albergo, Jeff è già fuori vista. Quel ragazzo ha la stessa capacità di scomparire di Peter Parker, pensa Betty, ma salterà fuori, prima o poi.

            Senza che la giornalista riesca ad immaginarlo, Jeff Mace è riuscito a raggiungere la sua camera e ad a cambiarsi e, pochi istanti dopo, è Capitan America a saltare di tetto in tetto proprio sopra la testa dell’ignara Betty, sino a raggiungere la sua meta, una palazzina dall’apparenza anonima, al cui ingresso, due guardie armate gli sbarrano il passo.

            Magnifico, pensa Cap, il mio vietnamita è decisamente arrugginito, per non dire inesistente, e adesso che faccio? Abbattere questi due ignari soldati non servirà certo a migliorare la mia popolarità da queste parti, giusto? Il fatto è, però, che io devo entrare. Sospira e si prepara a fare qualcosa che non l’entusiasma, quando dal corridoio si sente una voce autoritaria che rivolge frasi secche ai due soldati. Mentre i due si fanno da parte, ecco arrivare un uomo sui 50 anni circa, indossa un abito semplice, di quelli comunemente in uso in quella nazione. Si rivolge a Cap:

-Mi auguro vorrà scusare lo zelo di questi due giovani, non erano al corrente del suo arrivo, una deplorevole dimenticanza, ahimè!-

-Lei dev’essere…-

-Il mio nome è Thran Van Cuong e sono solo un umile servitore dello Stato.-

            Non si sfugge mai alla retorica, pensa Cap.

-Complimenti per il suo inglese.- gli dice.

-La frequentazione di voi americani in tempi passati, mi è servita.- gli risponde l’altro –Ahimè, temo che non sia poi così buono quanto vorrei.-

            Capitan America accenna un sorriso. Lo sfoggio di modestia è uno di quei tratti del comportamento orientale a cui non è certo di potersi abituare.

-La prego di seguirmi, Capitano.- dice, ancora, Thran e gli fa strada lungo un corridoio, al termine del quale c’è una porta, che da su un’ampia stanza arredata molto spartanamente. Ad un tavolo sono seduti due uomini ed una donna. Uno degli uomini indossa l’uniforme dell’Esercito Vietnamita ed un altro, un’altra, più familiare, uniforme blu.

-Il Colonnello Le Quang Dahn dei Servizi di Controspionaggio Militare ed il Vice Supervisore  Vu Nang Minh della locale sede dello S.H.I.E.L.D.- Li presenta Thran. A Cap non sfugge che il militare lo guarda con faccia inespressiva, se non ostile, mentre l’Ufficiale dello S.H.I.E.L.D. accenna un sorriso cordiale. Non gli sfugge nemmeno che l’anziano funzionario non gli ha presentato la donna, ma è inutile discuterne con questa gente, glielo diranno al momento opportuno.

-Ora che siamo tutti, signori, suggerirei di dare inizio alla nostra piccola conferenza. Il motivo, come sapete tutti è il pericolo rappresentato dall’assassino professionista chiamato Gael, ma su questo i nostri esperti ci saranno, di certo più utili. Compagno Colonnello…-

-Non sono certo della saggezza di coinvolgere estranei in questi affari.- borbotta il Colonnello Le in vietnamita –Quest’uomo indossa i colori della bandiera di una nazione nemica.-

-Questo è il passato, Compagno Colonnello.- lo redarguisce Thran nella stessa lingua –Quest’evenienza è troppo importante per non accettare la collaborazione di chi è disposto a darcela e credo di non sbagliare dicendo che Capitan America intende rendersi utile.-

            Cap ha seguito il breve dialogo. La lingua può essergli sconosciuta, ma crede di non sbagliare su quale fosse il contenuto della conversazione. Decide di intervenire.

-Signori…Personalmente, non ho problemi a collaborare con il vostro governo in quest’evenienza. La guerra tra il vostro paese ed il mio è finita da molto tempo, ormai ed anche se la… vostra forma di Governo non corrisponde a quella che reputo più giusta, il punto della questione è il pericolo che corrono una o più vite umane e finché potrò farci qualcosa, sono deciso ad impedire che Gael uccida qualcun altro.-

-Ciò le fa onore Capitano.- gli risponde Thran –Su, Compagno Colonnello, comunica al nostro interlocutore quanto sappiamo.-

Come desideri Compagno Thran.- replica l’ufficiale in un inglese un po’ rigido. –Da quando c’è stata la segnalazione che questo… Gael… stava uccidendo alti funzionari in varie parti del mondo, abbiamo cercato di scoprire quali potessero essere i suoi obiettivi in Vietnam. Sapevamo che gli obiettivi di Gael erano stati personaggi legati alla politica estera o militare dei vari paesi, con due sole eccezioni: l’assassinio del rappresentante del Governo Britannico in Irlanda del Nord e l’attentato al Presidente Americano ed al Primo Ministro Britannico, sempre in Ulster, pochi giorni dopo. In quei casi, però, erano prevalenti delle ragioni ideologiche. Lo S.H.I.E.L.D. ci ha comunicato che il prossimo bersaglio di Gael sarebbe stato qui in Vietnam e noi siamo d’accordo. Restava da scoprire chi potesse essere il bersaglio.-

-Il mio ufficio ha esaminato vari candidati, diciamo cosi.- interviene Vu, Il Supervisore S.H.I.E.L.D. –… e tra questi, abbiamo isolato alcuni possibili bersagli, ovvero, le persone in questa stanza, ad esclusione del cameriere, ovviamente.- così dicendo, lancia un’occhiata al giovanotto che sta finendo di servire delle bevande –M’sieu’ Thran è uno dei Vice Primi ministri addetti alla Difesa militare, il suo settore è il sud est asiatico; il Colonnello Le, è ormai noto, ed oltre all’umile sottoscritto, c’è… la più importante… lei!- il suo sguardo si posa sulla donna silenziosa –La compagna Nguyen Thi Linh, Vice Primo Ministro per le Relazioni Commerciali Estere. Tanto per usare una locuzione che piacerebbe agli abitanti del suo paese, Capitano, potrei definirla: una delle donne più potenti del Vietnam. Riteniamo che, proprio per questo, potrebbe essere il bersaglio più probabile.-

-Ci sono due cose da dire.- interviene Cap –La prima è: perché? E la seconda è: cosa c’entro io? Questo è un lavoro di spionaggio, non adatto ad un eroe in costume, qual è il mio ruolo? A meno che…-

            Lo sguardo dell’agente dello S.H.I.E.L.D. è una risposta sufficiente alla sua domanda.

 

            L’espressione di Capitan America si riflette, inconsapevolmente, in quella di sua sorella a parecchi chilometri di distanza, in una portaerei che viaggia nel Golfo Persico, la U.S.S. Simon Savage. Il Capitano dei Marines Elizabeth Mace è, ormai convinta che ci sia una sola mano dietro i tre attentati avvenuti a bordo, il solo problema è che non sembrano di certo opera di Al Qaeda o di altre sigle terroristiche similari: troppo poco spettacolari ed almeno di essi potevano passare per incidenti. No, niente terroristi mediorientali e allora cosa? Qui ci sarebbero voluti Ellery Queen o Nero Wolfe, non un avvocato militare, eppure non è nel suo stile arrendersi senza almeno tentare. Si rivolge al suo compagno di indagini, il Tenente di Marina Martin Mitchell.

-Abbiamo sbagliato tutto.- dice.

-Che vuoi dire?- chiede lui.

-Questa non è opera di un attentatore tradizionale. Finora abbiamo cercato le prove che fossero attentati e non incidenti, o il contrario, se preferisci. La vera domanda, però, è cosa lega i tre incidenti tra loro? Uomini, mezzi? Un legame c’è, ne sono certa. Dobbiamo cambiare prospettiva e tornare ad un’indagine criminale tradizionale. Riesaminiamo i fatti e vediamo quel che possiamo trovare.-

            Il Tenente Mitchell sospira. Gliel’avevano detto che era un tipo tosto quella ragazza.

 

 

3.

 

 

            Falcon si sente stringere la gola da una forza sovrumana e, se non fosse stato allenato dall’originale Capitan America in persona, sarebbe già stato ridotto all’impotenza, ma supera presto la sorpresa. È chiaro che il ragazzo è stato drogato. Nei panni dell’Assistente Sociale Sam Wilson ha già visto gli effetti di quella droga, abbastanza da riconoscerli alla prima occhiata. La chiamavano Paradiso Bianco quando fu immessa nel mercato da un tale noto come la Volpe.[2] Poi una versione ancora più potente prese il nome di Dinosaur Killer o, semplicemente DK.[3] Oltre ad agire come una comune droga, stimola il corpo sino a dotarlo di resistenza e forza  da far invidia quasi alla Cosa, peccato, però, che alla fine, bruci i centri neurali spegnendo il malcapitato cliente come una candela. Qualcuno ha fatto il servizio a Roscoe e lo ha liberato sul tetto appositamente per lui e non ci vuole un genio per capire chi è stato. Ora, però, il problema più urgente è rimanere vivi. Con uno sforzo notevole, Falcon rompe la stretta del ragazzo e lo spinge indietro. Roscoe si rialza con la stessa espressione di un cane in preda ad una violenta crisi di idrofobia, nella sua testa un solo pensiero: uccidere, uccidere, uccidere! Salta su Falcon, mentre dalla sua gola escono solo suoni inarticolati, ma il supereroe di Harlem evita il suo slancio volando sostenuto dalle sue ali artificiali.

-Roscoe, calmati.- gli dice, ma non serve a nulla, l’altro non ascolta e salta verso l’alto, un salto che muscoli umani non sarebbero in grado di compiere in condizioni normali. Falcon si sente afferrare i piedi, poi l’altro comincia a graffiare. Falcon decide di planare verso la strada. Cera di non pensare al suo avversario. Non si staccherà da lui, è troppo intento a cercare di fargli del male. Raggiungono il suolo, ma Roscoe non demorde e cerca addirittura di azzannarlo, Falcon lo respinge ed a malincuore lo colpisce. Il ragazzo non è responsabile di quel che fa, pensa, non posso fargli troppo male, ma devo difendermi. Improvvisamente, Roscoe è scosso da un tremito e si accascia al suolo in preda alle convulsioni.

-Roscoe!- urla Falcon e si precipita al suo fianco. Le funzioni vitali del ragazzo sono in tilt. Il DK ha, alfine, preteso il suo vero prezzo, ma, se potrà farci qualcosa, Falcon non intende farlo morire. Lo solleva tra le braccia e vola verso il più vicino ospedale.

 

            Capitan America è nervoso. Il lavoro da guardia del corpo non fa per lui. Certo, Rogers lo aveva avvertito, che ci sarebbero stati giorni così. Ricorda alcuni casi, come quando il primo Cap doveva proteggere alcuni funzionari dai piani del Teschio Rosso. Ripensandoci, quel diabolico nazista riusciva quasi sempre a compiere i suoi omicidi, perfino in stanze chiuse dall’interno. Un pensiero raggelante, ma come avrebbe potuto Gael penetrare all’interno di un palazzo dove non c’è un solo occidentale? Eppure l’aveva fatto in passato, giusto? Come quando aveva messo del veleno nel tè di un ufficiale dei Servizi Segreti Cinese. Eppure era solo un uomo, senza abilità sovrumane.

-Preoccupato, capitano?- a rivolgersi a lui era stato l’Ufficiale dello S.H.I.E.L.D. Qual’era il suo nome? Vu Nang Minh, se non ricorda male.

-Non dovrei esserlo?- ribatte l’eroe.

-Penso di si.- risponde, francamente, l’altro. -I dossier che abbiamo su di lui, ne parlano come di qualcuno più sfuggente di un’anguilla, ma, grazie al cielo abbiamo elaborato una lista di possibili bersagli.-

-Mi chiedevo… non credevo che lo S.H.I.E.L.D. avesse una sezione da queste parti.-

            L’uomo sorride:

-Non l’aveva sino a qualche anno fa, ma il Colonnello Fury è riuscito ad inserirla come clausola nell’ultimo pacchetto di aiuti internazionali, prima, il posto S.H.I.E.L.D. ufficiale più vicino era in Cambogia.-

            Cap non può non chiedersi se quell’”ufficiale” non sottintendesse che c’era, comunque, una sede segreta dello S.H.I.E.L.D. anche in precedenza, ha i suoi sospetti, ma meglio non chiedere.

-Hanno dovuto sopportare anche me e non è stato facile.- continua il vietnamita.

-Prego?-

-Mio padre era un… come dite voi? Un pezzo grosso dell’Esercito Sudvietnamita. Dopo la caduta di Saigon ho passato tre anni in un campo di rieducazione e ne sono fuggito in maniera molto… avventurosa? Ho avuto fortuna ed eccomi qui, non lo trova divertente Capitano?-

            Cap non sa cosa rispondere, quando la conversazione viene interrotta dall’arrivo della signora, non gli è facile chiamarla: “Compagna”, Nguyen Thi Linh, per il suo incontro con l’addetto commerciale americano. Cap tiene gli occhi aperti, non sa bene cosa aspettarsi: Gael può essere in quella stanza travestito, oppure distante chissà quanto e sui mezzi dell’attentato c’è il buio completo. Una bomba? Gas venefico? Veleno? Oppure mezzi più diretti come un fucile od un pugnale? Maledizione, perché Fury ha mandato lui quando è totalmente inadatto al compito?

            Pensa, si dice, pensa. Se vuole uccidere la Compagna Linh come potrebbe provarci? Siamo in un luogo protetto, anche la finestra è blindata ogni oltre misura.La protezione è davvero totale.

            Improvvisamente Vu Nang Minh si muove, i suoi occhi incontrano quelli di Cap e gridano: “pericolo”. Prima che l’eroe in costume possa aggiungere qualcosa, l’altro dice:

-Traccia di calore, sta arrivando un proiettile da fuori. Ora!-

            Cap è già saltato, spingendo la donna fuori dalla traiettoria, quando qualcosa perfora la finestra a velocità incredibile e si schiaccia contro lo scudo. Cap rotola, accompagnando la caduta e si rialza in piedi precipitandosi fuori, verso il luogo da cui è partito il proiettile, lo sparatore non ha atteso e si sta dando alla fuga. Cap lo vede, proprio mentre prende la mira contro di lui. Il giovane eroe in costume evita il colpo con una torsione attorno all’asta di bandiera, ma, subito, arriva un secondo proiettile,. Cap lo evita,  ma il proiettile ritorna, come se avesse un sistema di guida.Il problema non è evitarlo, ma far sì che non ci rimetta qualche innocente passante. Deve agire subito e, se necessario, in modo temerario, ma non è questo, in fondo, quello che ci si aspetta da Capitan America? Raggiunge il tetto dove si trovava il suo avversario, oramai fuggito, ed aspetta finche il misterioso proiettile non lo raggiunge. Lo c colpisce con lo scudo, facendolo esplodere. L’onda d’urto sbalza Cap  oltre l’orlo del tetto. Il giovane piroetta su se stesso e si afferra ad un cornicione. La presa è instabile e lui la perde, continuando a cadere. Con uno sforzo, si aggrappa ad una bandiera, la stoffa cede ed ancora continua a cadere, facendo una serie di capriole per rallentare la caduta ed, infine, è a terra. Per fortuna era un edificio basso, pensa.

 

            Quando rientra nell’edificio governativo, trova ad attenderlo l’uomo dello S.H.I.E.L.D. ed il Colonnello Le. Dei Servizi Segreti Vietnamiti, Il primo risponde assicurandogli che Nguyen Thi Linh è viva e vegeta.-

-Ha usato un proiettile dirompente a biofirma.- spiega Mihn -Tecnologia A.I.M. Una volta tarato sulla biofirma di un particolare individuo, lo segue ovunque, sino a che non lo colpisce, chiamiamolo un proiettile intelligente.- sogghigna.

-Non chiedo neppure come abbia avuto l’arma.- commenta, stanco, Capitan America - Almeno gli abbiamo impedito di colpire la sua vittima predestinata.-

-Di questo non sarei sicuro per niente, americano.- interviene Le Quang Dahn.

-Che vuol dire?- chiede Cap, con un cupo presentimento.

-Ho appena ricevuto una notizia.- risponde l’altro –Il compagno Thran Van Cuong e la sua intera famiglia sono morti, apparentemente sterminati da un virus letale.-

            Cap stringe i pugni, sono stati beffati e Gael sta ridendo alle loro spalle.

 

 

FINE TERZA PARTE

 

 

 

 

CONNESSIONE TROPICALE

 

(PARTE TERZA)

 

 

SPORA

 

Di Carlo Monni

 

 

1.

 

 

                U.S.Agent resta interdetto di fronte all’essere dalla vaga forma umanoide, che gli ha appena detto, con una voce che è anche troppo facile definire inumana, di chiamarsi Spora.

<<È il nome che mi dettero i mie stessi creatori, perché come le spore io cresco e mi moltiplico e divento sempre più grande. Il mio scopo era: essere un’arma contro i nemici dei miei creatori, gli Eterni. Tu potresti chiamarmi un arma batteriologica. Mi costruirono troppo bene, ero senziente. Si, non ero un semplice virus e quando fui liberato, i miei creatori, i Devianti lo capirono a loro spese. Solo la forza dei Celestiali mi annientò, ma non fu sufficiente a distruggermi del tutto, la mia coscienza rimase quiescente nel terreno e, finalmente, si risvegliò in una pianta di cocaina.>>

            Incredibile, pensa U.S.Agent, è un’arma di distruzione di massa come quelle che avrebbe avuto Saddam Hussein, ma questa è molto più sinistra, un virus senziente che agisce con coscienza delle sue azioni e con l’unico scopo di espandersi e, forse, di infettare l’intera pianeta, una prospettiva orribile. È chiaro che non ha chances ad affrontarlo da solo, ma anche se chiedesse aiuto a WorldWatch ed ai Vendicatori non arriverebbero in tempo, se qualcosa dev’essere fatta, bisogna farla adesso. Il fuoco aveva avuto effetto prima[4] e, forse, poteva ancora funzionare, si, forse. Strappa il lanciafiamme al napalm ad uno dei Marines e poi lo aziona. Le fiamme avvolgono la creatura, che si agita.

<<Mi fai male!>> urla <<Ma non lo farai a lungo!>>.

            Il fuoco la rallenta, ma non la ferma e lui si sente sempre più strano. Nel fiume ha respirato quella specie di cocaina. Era una quantità minima, diluita nell’acque ed il suo fisico potenziato sta già lavorando per espellerla, ma si sente, ugualmente fuori fase. Improvvisamente, le ginocchia gli si piegano.

 

            Jasper Sitwell sa che non c’è tempo da perdere.Se il dossier che ha letto dice la verità, nessuno in quella jungla è al sicuro e, forse nemmeno nell’intero mondo. A meno, ovviamente, di un intervento rapido. Non è stato facile ottenere questa spedizione in America Latina, per fortuna ha ancora discreti appoggi nella sua vecchia organizzazione, lo S.H.I.E.L.D., ora può solo sperare di arrivare in tempo o saranno in molti a non vivere per pentirsene.

 

 

2.

 

 

            Conosce il posto, è la fattoria dei suoi genitori in Georgia e riconosce anche il momento: il giorno in cui i Cani da guardia li massacrarono sotto i suoi occhi. Era ancora John Walker all’epoca ed era appena stata rivelata pubblicamente la sua identità come nuovo Capitan America. I Cani da Guardia volevano vendetta, quanto a lui, non provava nulla, allora. [5] Ora è di nuovo lì, però e stavolta darà il fatto suo a quei figli di… prima che facciano qualcosa di male. Li attacca, sicuro di se e li abbatte tutti, uno dopo l’altro. È un eroe, combatte perché gli americani dormano sonni tranquilli, i suoi sono orgogliosi di lui e lui è felice, perché sono salvi, sono…

 

            …Morti, era solo un sogno indotto dalle droghe, ma sta già svanendo. Non svanisce, invece, la voce che gli parla direttamente nel cervello

<<Non ti opporre a me, lascia che la mia essenza cresca dentro di te. Tu sei forte, vivrai per diventare più potente e temuto di quanto avessi mai sognato.>>

            È questo che vuole, dunque? Un corpo ospite sufficientemente forte da sopportare lo stress della possessione? È per questo che svanisce dopo ogni attacco? È instabile. La sua coscienza si è risvegliata, ma può ancora manifestarsi solo ad intervalli, anche se ogni volta, più brevi. Deve distruggerla, ma come? È una tossina ed il suo organismo la sta già espellendo. Non è all’altezza di Wolverine ma nemmeno lui scherza con i poteri di recupero. Si è appena rimesso in piedi, che il tenente Sullivan gli si rivolge:

-Che facciamo adesso?-

            Spera che lui sia in grado di guidarlo e, forse, forse lo è.

-Cambiamo strada.- dice U.S.Agent, torniamo indietro, in un posto chiamato Jardin del Rey.-

-Cosa? Perché?-

-Perché solo così potremo sperare di sopravvivere.-

 

            Sopravvivere, l’unica cosa che interessa a Spora e se per sopravvivere deve uccidere ogni essere vivente del pianeta, lo farà, dopotutto è per questo che è stata creata ed i Devianti hanno fatto un bel lavoro, non c’è dubbio.

 

 

3.

 

 

            La marcia verso l’interno è dura e faticosa, Sono assaliti da Spora altre volte e, sempre, pagano un tributo di vite. Alla fine, sono solo in sei: oltre ad U.S.Agent sono riamasti solo il Tenente Sullivan ed altri due Marines e due agenti della D.E.A., ma non si sono arresi. Agent sa che solo nel luogo di nascita di Spora è possibile distruggerla. Non è ancora sicuro di come, ma raderà al suolo l’intera piantagione di coca.

            Finalmente giungono in vista della meta. Bruscamente Agent s’impadronisce dell’armamento rimasto.

-Che vuol fare?-gli chiede Jordan, uno degli agenti della D.E.A.

-Semplicemente bruciare tutta la dannata piantagione.- risponde Agent.

<<Non credo che te lo permetterò.>>    

            Agent si volta e, dietro di lui, c’è Spora, gigantesca come non mai.

<<Questa è casa mia ed è ora di cena.>> dice e sul suo volto si disegna un sinistro sogghigno.

 

            La donna, vestita di un saio bianco vede atterrare l’elicottero. Non è quello solito dei rifornimenti di medicinali e quelli che arrivano sembrano americani e, ne è certa, annunciano solo guai.

-Che volete?- chiede.

-Aiuto sorella.- risponde Jasper Sitwell –Soltanto aiuto.-

 

 

FINE TERZA PARTE

 

 

NOTE DELL’AUTORE

 

 

      Fine di un'altra accoppiata di episodi, sui quali c’è poco da dire:

1)       Se non sapete cosa siano il Paradiso Bianco ed il DK, beh non posso che raccomandarvi la lettura dei racconti citati nelle note, credetemi, ne vale la pena.

2)       Il piano di Morgan contro Falcon prosegue nei prossimi episodi, non mancate agli, spero, interessanti colpi di scena che vi aspettano;

3)       Cosa accade a bordo della U.S.S. Simon Savage? Lo saprete prestissimo, prometto.

4)       Chi è la donna, apparentemente una suora, a cui si è rivolto Jasper Sitwell e che tipo di aiuto può dare? Lo saprete nel prossimo episodio e di più non posso dire.

Nel prossimo episodio. Il Golfo Persico è una zona calda, ma cosa vi cerca Gael? In più: delitti a bordo e lo scontro finale di U.S.Agent contro Spora.

 

 

Carlo

 



[1] Vedi episodio #11

[2] Non avrete, certo, dimenticato La Tela del Ragno #1/3, giusto?

[3] Vedi Justice Inc. Ultimate Edition #1

[4] Ultimo episodio.

[5] Captain America Vol 1° #345 (Capitan America & i Vendicatori #73)